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bonolis , 40 anni di tv

Televisione

Bonolis e la tv: “Così non mi ‘formatto’ come altri. E guai a provare invidia”

40 anni di tv e di successi: Bonolis si racconta e spiega il suo rapporto con il piccolo schermo

Paolo Bonolis, il mattatore della tv italiana, è tornato in prima serata ed ha fatto subito bingo: il suo Avanti un altro… Pure si sera! è stato piazzato alla domenica, in sostituzione di Live – Non è la d’Urso (in apnea di ascolti), e non ha tradito le aspettative in un prime time ostico come quello del giorno festivo. Di questo e molto altro l’istrione romano, che in autunno festeggerà 40 anni di tv, ne ha parlato con Il Corriere della Sera, attraversando l’epopea della sua carriera e spiegando i segreti del suo successo, dettato da un modo di stare nel piccolo schermo unico.

Uno dei fattori imprescindibili del quiz show di Canale Cinque e di tutte le trasmissioni timonate da Bonolis è l’improvvisazione, spesso il sale della tv. Avanti un altro non fa eccezione. Paolo lo sa e, oltre ad un’innata capacità di snocciolare battute in tempi record e senza preparazione anticipata, usa un metodo particolare per rendere il tutto spontaneo. A differenza di molti altri programmi in cui il presentatore incontra prima gli ospiti, nel suo show ciò non avviene, per una scelta ben ponderata.

“Non voglio mai incontrare prima i concorrenti perché amo l’imprevedibilità che ognuno porta: situazioni diverse che potrebbero svilupparsi in chissà quali traiettorie”, racconta. Spazio poi agli ottimi ascolti ottenuti nella prima puntata di Avanti un altro… Pure di sera!

“Il 20 per cento della prima puntata – spiega – mi ha fatto piacere, certo. Considerato il periodo credo ci sia bisogno di uno sgrossamento dell’ansia. La leggerezza fa sempre bene“. Dall’altro lato sottolinea che il successo non era per nulla scontato, anche perché con gli ascolti dei programmi del piccolo schermo “entrano in campo molte variabili; successi o fallimenti spesso dipendono dall’esuberanza eccessiva nelle aspettative mediatiche”.

E pensare che alcuni show condotti da Bonolis e poi diventati dei cult seguitissimi non sempre sono decollati con il pieno favore del pubblico. Ad esempio, puntualizza Paolo, “Avanti un altro che Ciao Darwin non sono partiti in tromba, ma li abbiamo migliorati piano-piano. Sono non-format privi di antenati e hanno dovuto imparare a camminare. A volte questi prodotti — oggi longevi e venduti all’estero — sono stati guardati con diffidenza”.

Bonolis è unico nel panorama televisivo italiano. Fa parte di quella ‘categoria’ di conduttori che non solo presenta, ma che è l’essenza stessa della trasmissione. Ci sarebbe Avanti un altro senza di lui? E Ciao Darwin? Naturalmente sì, come dimostrato dai format esteri. Però, in Italia, è difficile immaginare i due show senza l’istrione capitolino che riflette così sulla questione:

“Per me è molto importante: sono 40 anni che faccio tv e quasi sempre si è trattato di dare una forma a quello che porto dentro, ai miei pensieri… e di renderli comprensibili. Per me ha senso fare una tv che ti appartiene, allora mi diverto. Non mi interessa essere un maggiordomo di idee altrui ma il narratore di ciò che sono. Anche quei pochissimi programmi non miei che ho condotto, ho dovuto virarli su me stesso per forza”.

Capitolo critiche: negli anni c’è chi ha sostenuto che Bonolis indugi troppo sulle persone eccentriche, con tanto di spernacchiamenti al seguito. Lui però capovolge la questione, paragonando il suo modus operandi a quello di altri programmi.

“Negli altri quiz i concorrenti vengono scelti con cura perché sappiano e siano di bell’aspetto: è ciò che si presume sia necessario per apparire in tv. Da noi questo non esiste: chiunque può partecipare, puoi essere anche solo fortunato. Da noi non esiste questo atteggiamento sprezzante che esclude l’elemento stravagante, anche borderline. Ci sta tutto: ognuno vede ciò che vuole o può vedere”.

Sempre a proposito del suo stile di conduzione precisa che la “persona che si vede in tv corrisponde a ciò che sono. Più che i prodotti troppo formattizzati, talvolta è chi conduce che si autoformattizza e mi dispiace: rinuncia alle immense potenzialità che tutti abbiamo. Se ci si conforma, si indossa la divisia di un esercito che nessuno guida”.

Da quasi 40 anni Paolo popola il piccolo schermo del Bel Paese. Era il suo sogno quello di fare il presentatore? Oppure aveva pensato ad un’altra strada prima di approdare in tv? “Studiavo per fare una carriera diplomatica: fortunatamente per questo Paese ho intrapreso un’altra strada”. Perché fortunatamente? “Ho molta pazienza ma in certi contesti viene meno. Tipo Erdogan lo avrei diplomaticamente mandato a quel paese”.

E pensare che la tv è arrivata nella vita di Bonolis praticamente per caso. Correva il 1981 e destino volle che in motorino accompagnò un amico a un provino alla Rai. “Stavo studiando Istituzione e diritto romano. A un certo punto mi hanno detto: e tu non lo fai?”. Perché no? E infatti lo fece. Risultato? “Poco dopo mi hanno chiamato per prendere parte a una trasmissione per ragazzi: mi davano 12 milioni di lire per un anno. Allora a casa non si navigava nell’oro, quindi non ho esitato. Lì ho capito che era quello che mi piaceva”.

Non è un mistero che alcuni personaggi televisivi siano invidiosi l’un dell’altro. A lui non è mai capitato? “Per l’amor di Dio. Non ha proprio senso. Sono molto fortunato perché possa fare quello che mi corrisponde, il resto è una sinusoide: certe volte le cose vanno bene, altre benissimo, altre ancora non così tanto. Ma lo vivo con un sano disincanto: non sappiamo perché siamo su questo mondo, ci possiamo preoccupare di questo? Non a caso il mio programma inizia con la frase: ricordati che devi morire”.

Quarant’anni da protagonista: i prossimi? Come saranno? Sua moglie Sonia Bruganelli di recente ha dichiarato che potrebbe esserci un allentamento dei ritmi di lavoro per il marito. Corrisponde al vero ciò? Sì e infatti Bonolis così conclude: “Per prima cosa vorrei tornare a viaggiare. Un po’ per il periodo, un po’ per gli anni in cui ho assolto ai miei doveri di marito e di padre, ma non lo faccio da tempo. Sento che non mi dispiacerebbe dedicarmi a qualcosa che non preveda dover lavorare per forza in continuazione. Magari potrei trasformare il viaggiare in un lavoro, una trasmissione”.

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