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Domenico Iannacone, Che ci faccio qui

Televisione

Che ci faccio qui, Iannacone si sfoga con la Rai: questione di palinsesto

Parla il conduttore che spiega come viene costruito il programma non lesinando critiche alla Rai per il piazzamento in palinsesto

Domenico Iannacone, timoniere di “Che ci faccio qui” (Rai Tre), ha fatto il punto sulla trasmissione ai microfoni di Fanpage.it, non risparmiando delle frecciate affilate ai vertici del servizio pubblico per la collocazione del suo programma in palinsesto. Iannacone propone una tv in controtendenza rispetto agli stereotipi rincorsi da molti suoi colleghi; punta infatti sulla lentezza, sulla riflessione e sull’approfondimento, distanziandosi il più possibile dalla velocità caotica su cui si costruisce gran parte dei programmi attuali del piccolo schermo.

“Che ci faccio qui”, tutti i retroscena della trasmissione di Rai Tre: parla Domenico Iannacone

“Che ci faccio qui” è giunto alla quarta stagione, segno che ha un pubblico fidelizzato e per nulla trascurabile. Ma, cosa ancor più importante, è una novità rispetto al resto che si osserva in tv. E Iannacone lo sa e ne va orgoglioso: “Ho la percezione di aver creato qualcosa, ma non devo dire io di essere un riferimento. Mi fa piacere solo una cosa: sento che il pubblico ha recepito questo modello. È come se chi mi guarda riconoscesse un modo diverso di fare televisione”.

Il programma è una sorta di manifesto degli ultimi, degli emarginati, dei cosiddetti invisibili e di chi si occupa di loro. Si fa politica anche così, intesa come la politica più nobile e non quella delle bandierine di partito. Giusto?

“Assolutamente, io so che questo è un programma che svolge un’azione politica, pur non essendo prettamente legato all’agenda. Anzi va contro quest’ultima, in direzione opposta e contraria a un’agenda politica che manipola i bisogni della gente e offusca la società. Quando la politica interviene senza slogan, la verità appare per quella che è”.

Ogni edizione ha un filo rosso che lega le puntate. Quella in corso, ha raccontato sempre Iannacone a Fanpag.it, ha la propria costante nel narrare “l’emarginazione, il ricatto occupazionale, l’idea di nascere in un posto sbagliato e avere un destino segnato che fa parte della nostra esistenza“.

A tal proposito il conduttore ricorda la puntata “Amore perduto“, in cui è raccontata la storia di una persona alla quale, a 12 anni, fu imposto di ammazzare la madre: “Le spara perché gli viene imposto dalla Sacra corona unita ma non la uccide, finisce in un vortice in cui non è più uomo e fa 27 anni di carcere. È una cosa che fa pensare a dove nasci e al fatto che non hai scampo. Un problema che la società deve porsi”.

Su chi scegli le storie Iannacone ha dichiarato che c’è lui stesso alla “regia”: “Le scovo io, mi arriva un pezzo. Diciamo che quando vado in un posto ascolto quello che mi passa vicino. La cosa che mi piace pensare è che nei prossimi anni potrei raccontare le storie accumulate in dieci anni che si sono evolute, mostrando come cambi la società”.

Domenico Iannacone contro la Rai per il collocamento al sabato sera di “Che ci faccio qui”

Capitolo più strettamente televisivo: quest’anno “Che ci faccio qui” ha trovato una nuova collocazione nel palinsesto di Rai Tre, venendo piazzato al sabato sera, una serata non proprio morbida per quel che riguarda la battaglia degli ascolti e dello share. Sulla decisione del collocamento Iannacone si è tolto più di un sassolino dalle scarpe, rilevando con il suo target è simile a quello di Alberto Angela che va in onda su Rai Uno. Una situazione non proprio ottimale:

“I numeri hanno influenza nella misura in cui non proteggono il programma, questo è l’unico timore che ho. Su ciò che ho fatto e quello che ho fatto non ho paure in questo senso. Da quando faccio televisione sono stato collocato in tutte le serate possibili, forse mi mancano solo martedì e mercoledì. Non posso negare di trovare strano che il mio programma venga messo in una sorta di competizione con altri programmi con un simile target, come Alberto Angela su Rai1. Credo sia una cosa che indebolisce la Rai, non soltanto me o – chiaramente meno – Alberto Angela”.

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